Ucciso un incursore italiano alla vigilia delle elezioni afghane
I colpi di kalashnikov che hanno raggiunto il tenente Alessandro Romani, del nono reggimento d’assalto “Col Moschin”, sono risultati fatali. Ieri mattina a Bakwah, nel settore est della provincia di Farah, Romani è rimasto ferito a una spalla assieme a un compagno della Task force 45 durante una sparatoria con un gruppo di terroristi. L’incursore, trasferito all’ospedale da campo americano di Farah, è morto qualche ora più tardi.

I colpi di kalashnikov che hanno raggiunto il tenente Alessandro Romani, del nono reggimento d’assalto “Col Moschin”, sono risultati fatali. Ieri mattina a Bakwah, nel settore est della provincia di Farah, Romani è rimasto ferito a una spalla assieme a un compagno della Task force 45 durante una sparatoria con un gruppo di terroristi. L’incursore, trasferito all’ospedale da campo americano di Farah, è morto qualche ora più tardi. L’operazione delle forze speciali italiane è cominciata nella mattina, dopo che un Predator in ricognizione sull’area ha individuato quattro miliziani che impiantavano un ordigno sotto il manto stradale. Dalla base della coalizione è partito l’elicottero con gli uomini del Col Moschin, scortato da due Mangusta, per catturare i terroristi, che nel frattempo si sono rifugiati in una casa poco distante. Durante le operazioni di atterraggio è arrivata la sventagliata di colpi dei terroristi che ha ucciso il tenente Romani, 36 anni, nato a Roma, ufficiale con una lunga esperienza nelle aree di guerra. Nel sud del paese è rimasto ucciso anche un altro soldato della Nato, di cui non è stata svelata la nazionalità. Il bilancio delle perdite della coalizione sale a 508 morti.
Le violenze di ieri sono il sintomo della tensione per il voto con cui oggi l’Afghanistan rinnova la Camera bassa del Parlamento. I candidati sono 2.521 per 249 seggi: com’è sempre successo nel fragilissmo sistema afghano, i talebani non hanno perso l’occasione per cercare di soffocare qualsiasi vagito che fosse anche vagamente democratico. Soltanto ieri i terroristi hanno rapito una ventina di persone e almeno otto dei sequestrati sono candidati alle elezioni. Nei giorni scorsi i terroristi hanno minacciato chiunque lavorasse nella macchina elettorale, promettendo le rappresaglie che sono effettivamente arrivate nonostante i 300 mila soldati afghani e i 150 mila della coalizione dispiegati per garantire uno svolgimento accettabile delle votazioni.
Il dato più significativo di questa tornata elettorale è il silenzio che sinora ha avvolto le operazioni. I diplomatici americani hanno tenuto un profilo molto basso, evitando accuratamente di descrivere il rinnovo del Parlamento di Kabul come un test definitivo sulla democratizzazione dell’Afghanistan. La sintesi del clima volutamente dimesso l’ha data ieri l’inviato speciale del dipartimento di stato, Richard Holbrooke, quando ha detto che “Washington non cerca la perfezione”. Il grande architetto della diplomazia americana in Afghanistan ha detto che “la cosa più importante di queste elezioni è piuttosto ovvia: stanno succedendo”. La strategia diplomatica è dunque parlarne il meno possibile e quando si è costretti usare toni realisti e raffreddare ogni entusiasmo. Niente foto simboliche di elettori con le dita sporche d’inchiostro, niente dichiarazioni da svolta epocale. Anche le più grandi testate internazionali hanno dato una copertura molto contenuta del voto.
Questa settimana, l’inviato speciale dell’Onu in Afghanistan, Staffan De Mistura, ha detto che le elezioni non sarebbero state perfette, ma si sarebbero evitati “gli enormi brogli” dello scorso anno. Anche nelle parole dei diplomatici più interessati, il voto di oggi non può essere una virata secca verso la democrazia. Prevale la logica del “meglio che niente”. I rapimenti e le violenze degli ultimi giorni hanno confermato che l’atmosfera di estrema cautela che ha dominato le operazioni è opportuna. Sempre ieri, i militari italiani di stanza a Shindand, sono intervenuti dopo che un ordigno improvvisato ha colpito un convoglio della commissione elettorale che trasportava le schede ai seggi, e un razzo è caduto vicino alla base dei nostri soldati a Shindand. Le intimidazioni dei talebani mettono a repentaglio anche le piccole sacche di resistenza democratica sparse. Da qui ai risultati del voto, in arrivo per l’8 ottobre, la strada è ancora lunga.
Le violenze di ieri sono il sintomo della tensione per il voto con cui oggi l’Afghanistan rinnova la Camera bassa del Parlamento. I candidati sono 2.521 per 249 seggi: com’è sempre successo nel fragilissmo sistema afghano, i talebani non hanno perso l’occasione per cercare di soffocare qualsiasi vagito che fosse anche vagamente democratico. Soltanto ieri i terroristi hanno rapito una ventina di persone e almeno otto dei sequestrati sono candidati alle elezioni. Nei giorni scorsi i terroristi hanno minacciato chiunque lavorasse nella macchina elettorale, promettendo le rappresaglie che sono effettivamente arrivate nonostante i 300 mila soldati afghani e i 150 mila della coalizione dispiegati per garantire uno svolgimento accettabile delle votazioni.
Il dato più significativo di questa tornata elettorale è il silenzio che sinora ha avvolto le operazioni. I diplomatici americani hanno tenuto un profilo molto basso, evitando accuratamente di descrivere il rinnovo del Parlamento di Kabul come un test definitivo sulla democratizzazione dell’Afghanistan. La sintesi del clima volutamente dimesso l’ha data ieri l’inviato speciale del dipartimento di stato, Richard Holbrooke, quando ha detto che “Washington non cerca la perfezione”. Il grande architetto della diplomazia americana in Afghanistan ha detto che “la cosa più importante di queste elezioni è piuttosto ovvia: stanno succedendo”. La strategia diplomatica è dunque parlarne il meno possibile e quando si è costretti usare toni realisti e raffreddare ogni entusiasmo. Niente foto simboliche di elettori con le dita sporche d’inchiostro, niente dichiarazioni da svolta epocale. Anche le più grandi testate internazionali hanno dato una copertura molto contenuta del voto.
Questa settimana, l’inviato speciale dell’Onu in Afghanistan, Staffan De Mistura, ha detto che le elezioni non sarebbero state perfette, ma si sarebbero evitati “gli enormi brogli” dello scorso anno. Anche nelle parole dei diplomatici più interessati, il voto di oggi non può essere una virata secca verso la democrazia. Prevale la logica del “meglio che niente”. I rapimenti e le violenze degli ultimi giorni hanno confermato che l’atmosfera di estrema cautela che ha dominato le operazioni è opportuna. Sempre ieri, i militari italiani di stanza a Shindand, sono intervenuti dopo che un ordigno improvvisato ha colpito un convoglio della commissione elettorale che trasportava le schede ai seggi, e un razzo è caduto vicino alla base dei nostri soldati a Shindand. Le intimidazioni dei talebani mettono a repentaglio anche le piccole sacche di resistenza democratica sparse. Da qui ai risultati del voto, in arrivo per l’8 ottobre, la strada è ancora lunga.